altPerché la psicologia non può essere concepita al di fuori della relazione:

prospettiva dalla comunità del Sud Africa

Mi chiamo Connie Mosome, vengo dal Sud Africa. Proverò ad esprimere qui alcuni elementi – comuni alle diverse culture africane – che portano all’autorealizzazione.

Nel processo di autorealizzazione la persona sviluppa una sempre più profonda comprensione di sé e degli altri. Si può dire in altre parole che la persona diventa consapevole di se stessa in quanto essere umano degno di essere riconosciuto. Inoltre, la persona è sempre più orientata alla realizzazione del suo disegno esistenziale, che nel contesto africano è tracciato anche dalle comunità presenti e passate di cui l’individuo ha fatto parte, dagli dei, dagli altri. L’autorealizzazione è un processo cruciale nella propria vita, poiché è il punto che illuminerà l’intera coscienza dell’individuo e lo innalzerà ai più alti livelli di sviluppo per lui possibili. Da questo punto di vista, l’autorealizzazione è un potenziale di crescita, per far sì che la persona sia facilitata nello scegliere e nell’attuare ciò che è degno dell’umanità. Attraverso questo essenziale processo di autosviluppo la persona è sempre più consapevole del “raggio” che il sole di Dio ha pensato per attualizzarla nel mondo. È un percorso che può essere paragonato ad un costante processo di raffinazione durante il quale emergono caratteristiche personali positive e uniche. È un  risultato che si raggiunge contribuendo in prima persona con valori positivi alla vita e alla storia della comunità (onestà, benevolenza, lealtà...), e combattendo i valori inaccettabili per l’umanità.

Alcuni autori africani (come ad esempio Meyer, Moore e Viljoen, 1997; Hook, Michize, Kiguwa, Collins, Burman e Parker, 2004) sottolineano che “la persona esiste in virtù degli altri, attraverso il riflesso di sé negli altri, e in questo modo (essendone consapevole) la persona è autonoma”. È loro opinione che nessuno può affermare di essere solo, qualunque cosa stia facendo o pensando. Con le loro parole: “...le nostre azioni devono sempre essere rivolte agli altri e anticipare le reazioni degli altri”. In questo modo non solo nessuno è mai solo, ma gli altri diventano la risposta per la sua autorealizzazione, come dice un proverbio Setswana: “Motho-ke-Motho-ka batho ba ba ngwe”, mentre i Ngunis direbbero: “Umtu umuntu ngabange”, cioè “Puoi diventare un autentico essere umano solo attraverso gli altri”. Questi proverbi non significano che gli africani vengono educati ad essere timorosi e oppressi dalla comunità o dalla società a cui appartengono, in quanto è vero piuttosto che l’individuo è appoggiato, incoraggiato e formato dai valori positivi che lo portano a vedere gli altri come fratelli e compagni.

Ci sono molte espressioni che potremmo usare per definire i percorsi degli africani verso l’autorealizzazione: per esempio, l’esprimere le proprie potenzialità nel modo atteso dalla famiglia e dalla comunità; l’urgenza continua del migliorarsi per migliorare la propria comunità; il tentativo di liberarsi dai legacci dell’avidità, dell’egoismo e di un’insana competitività, liberandosi altresì dall’ansia;  un costante processo di autosviluppo, con lo scopo di continuare l’opera degli altri, sia dei viventi che dei defunti; i momenti di autoriflessione; il progressivo acquisire consapevolezza dei canali comunicativi che il proprio gruppo (o famiglia, o comunità) ha stabilito per esprimere le proprie potenzialità agli altri.

C’è una parola ricorrente in questa lista, la parola “comunità”: essa ha una definizione molto precisa nella cultura africana. Ho già detto che la comunità non opprime l’individuo, la sua influenza non è deterministica. Le espressioni che vengono usate per esprimere quanto sia apprezzata e incoraggiata nelle culture africane l’autorealizzazione degli individui, suonano così: “Moremogolo go betlwa wa taola wa motho o a ipetla” (tr.: anche il più importante strumento diagnostico può essere modellato a piacimento da un ramo di baobab dalle mani del suo futuro utilizzatore, ma per quanto riguarda la tua formazione (come individuo), solo tu possiedi gli strumenti per completarla).

Dobbiamo considerare la comunità come un ambiente sociale creato e condiviso, capace di promuovere uno spazio soprannaturale nel quale ogni persona può scoprire le potenzialità che ha a disposizione, per diventare pienamente consapevole degli altri e per riconoscere la loro presenza in se stessa. La comunità garantisce supporto anche quando l’individuo non riesce a sviluppare le proprie potenzialità: è sempre possibile tornare indietro e riprendere il cammino dell’autorealizzazione.

Dai risultati di una ricerca che ho condotto con il metodo dei focus group, gli africani ritengono che un’importante fattore di promozione per l’autorealizzazione personale sia dato dal “nominare”: ogni persona riceve svariati nomi nel corso della sua vita, e ogni nome evoca le potenzialità che in quel momento la persona può sviluppare ed esprimere. La persona è il suo nome, il nome è la persona, e i poemi familiari sono anch’essi la persona. “Ga swa motho... a re tlogella modimgwana”: dopo la morte, la persona che ha contribuito positivamente alla vita degli altri rimane come un “dio minore”.

Un altro importante contributo è dato dalla voce della comunità di appartenenza: le voci dei vivi e dei morti, i desideri della comunità, i canti e le danze, le leggende e le storie che vi si raccontano, i gesti e le motivazioni sono l’accompagnamento per i molti “viaggi” che la persona deve fare nella via dell’autorealizzazione.

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