
La psicologia non può essere concepita al di fuori della relazione…
Faccio SOLO una riflessione come chi parla a voce alta, o meglio ancora come chi parla con degli amici, non dunque con aspetti di sistematicità, né rigore scientifico. La faccio a nome della mia storia personale, del mio contesto (latinoamericano) e del mio mondo più mio che è questo “continente” di Chiara Lubich.
Avevo 17 anni e mi trovavo davanti alla terza parte di una dura prova per riuscire ad entrare ad studiare in una delle Facoltà di Psicologia più importanti del mio paese. Davanti alla domanda di perché desideravo diventare psicologa, con chiarezza ho risposto: “oggi il dramma dell’uomo non è la malattia fisica, ma la solitudine”. Pure io mi sorpresi di quella risposta non certo prefabbricata. Avevo trovato due anni prima il Movimento dei Focolari, ma non ero ancora in condizioni di collegare, a livello di pensiero, queste aspirazioni con le principali intuizioni di Chiara Lubich. Con gli anni capii che in quell’amore per la solitudine altrui -che includeva anche la mia propria- c’era l’icona del grido di un Dio sulla croce che urlando l’abbandono si fecce vicino al dramma umano. Capì che l’assenza di relazione diviene inferno, sintomo, disagio; mentre trovavo nella mediazione psicologica professionale lo strumento per ricongiungere l’uomo accanto all’uomo, nel vero e unico luogo della sua umanizzazione. Il mio percorrere la professione prima, e poi iniziare nel campo della ricerca, trovarono e trovano in quel grido un pozzo senza fine.
Ma torno alla provocazione iniziale “la psicologia non può essere concepita al di fuori della relazione”. Latinoamerica è un vasto mondo di socialità, d’incontro tra altri mondi, ma e’ soprattutto qualcosa che accade adesso. Latinoamerica sta succedendo ora. Non e’ questo né il momento, né il luogo per fare uno stato dell’arte sulla situazione della psicologia nel così detto “giovane continente”. Accenno solo ad un fenomeno che mi sembra paradigmatico in quest’ora del suo pecorso. Diverse teorie psicologiche foranee arrivarono alle nostre nazioni, come sono arrivati ai suoi tempi quei libri che ci hanno fatto studiare – e lo fanno ancora- la storia europea più della nostra stessa (sottolineo il più perché credo che sia importante anche studiare la storia europea, ma…). Ebbene, ho l’impressione che, nonostante questa realtà di acculturazione a livello strutturale, che i nostri popoli hanno vissuto da alcuni secoli, la psicologia latinoamericana sia piena di atti creativi.
Una psicologia che, in termini generali, non nega il passato o il foraneo, ma indossandolo lo trasforma, lo innova in veste di socialità. Se dovrei trovare parole per definire la nostra psicologia sceglierei: accogliente, creativa, ottimista, ma principalmente non rassegnata, cioè una psicologia che non si rassegna all’individualità. Nessuno può misconoscere l’enorme influenza di Pichon Riviere (dell’Argentina) nella nascita e crescita della Psicologia –appunto- “Sociale”. Per la teoria della resilienza è contributo quasi esclusivamente latinoamericano la ricerca-intervento della cosiddetta Resilienza “Comunitaria”. Lo sviluppo, poi, della Psicologia Educativa ha lasciato marchi rilevanti nel campo della prevenzione del disagio sotto la creazione di programmi d’intervento psicologico nelle comunità educative, trattati, appunto, a livello di “comunità”. La “Psicologia Politica” poi è stata riconosciuta come uno dei più importanti contributi della psicologia latinaomericana alla psicologia mondiale. Questo per citare solo alcuni esempi. (Citare altri...?) Per definizione quasi mi potrei azzardare a dire che siamo davanti ad una “psicologia resiliente”. La metafora della resilienza, come noto, nasce della costatazione di quei casi “sorpresa” che rompevano contro le previsioni che davanti a esperienze traumatiche infantili o comunque disfunzionali a livello famigliare facevano aspettare sviluppi futuri di forte disagio psichico. Ebbene perchè non si potrebbe pensare a livello colletivo un fenomeno simile? Una capacità di resistere e riscostruire dalla e grazie, molte volte, alla propria aversità? Chi si sarebbe aspettato in un contesto così carente come il nostro (e parlo di fattori anche storici), una psicologia attiva, che si mette in piedi e cerca vie di uscite, vie di promozione e ricostruzione?
Nella nostra psicologia ci sono, però, debiti sospesi, sarebbe assurdo non guardarlo. Parlo soprattutto della ricerca sistematica (e i fondi per farlo) e la necessità di dare risposte alle nuove domande irrisolte che lì si fanno tanti professionali in territori di frontiera e rischio: narcotrafico, corruzione, mancanza di lavoro, precariato allarmante per i giovani, problematiche di inclusione dei popoli indigeni; sono questi, tra gli altri, fenomemi macro sociali che in molti casi diventano sintomo personale. Com’è ovvio, essi non possono non avere una forte ripercusione sul piano dei disagi individuali, famigliari e comunitari. Solo per prendere un fenomeno: il fattore impotenza verso strutture politiche interne corrote e corrutibili, che include, l’impotenza verso strutture di politiche internazionali perverse, ha generato uno stato di emergenza sanitaria in campo psicologico non menore. La crisi politicoeconomica argentina del 2001, per esempio, ha tratto come conseguenza una salita allarmante di casi con disagio mentale di diverso tipo nella popolazione. In una ricerca avviata in quel settore verso la popolazione che richiedeva cura psicologica si è riscontrato come sentimento prevalente: quello ansiogeno, dell’impotenza, verso un futuro che comunque rimarrà in mano ad altri...Mi potrei dilungare su questo, ma preferisco ora tornare alla provocazione iniziale.
Certamente si potrebbe dire che la problematica socioeconomica così allarmante nel sud del mondo ha “obbligato” noi psicologi latinoamericani ad indossare la veste sociale in modo assolutamente prioritario. Non ci era e non ci è più possibile pensare le problematiche psichiche ei bisogni di prevenzione se non in modo ecologico (in termini di Bonfenbrener), ove il soggeto diventa costruttore della sua propria ecologia.
Comunque credo che questa strada della “socialità applicata” possa essere vista come un regalo latinoamericano al mondo, ma non in un qualsiasi modo, non vorrei che fosse interpretato in un modo quasi romantico pensando a questa “gente così simpatica che danza molto bene e che è gioiosa e socievole per natura”. Nemmeno vorrei pensarlo come un dono nato dale circostanze sociali spiacevoli che ci ha toccato subire. No, al meno non solo. Vorrei pensarlo, se mi permettete, come il dono della socialità non soltanto per emergenza, ma soprattutto per essenza. La psicologia che è rimasta chiusa nei laboratori non fu più e non lo sarà se ancora sopravvive da qualche angolo. Bisogna pensare a reinventare i luoghi di apparteneza della psicologia all’uomo. Credo che la comunità e la socialità siano terrirori da esplorare da tutte le parti, ma con una più grande decisione.
Ed è qui che vorrei collegare questo continente con quello più ampio che mi appartiene e al cui appartengo in modo ancora più forte: il carisma dell’unità. Il luogo di questa spiritualità lo vedo in un’immagine, come un intercetta di piani, il cui punto centrale: “Dio tra gli uomini”- Gesù tra a noi- in parole di Chiara Lubich. Se guardo l’immagine a livello tridimensionale trovo i piani sottoposti uno all’altro, ma in densità non vedo solo tanti piani, vedo incontro e materia, unità e distinzione. Vedo insomma due aspetti nell’immagine: identità e appartenenza, le due così dette fondamentali necessità psicologiche. Il movimento che credo seguano queste necessità nell’esperienza dell’unità è quello che va dall’identità, per andare all’appartenenza e ritrovarsi con una identità ancora più ricca, più piena, più se stessa.
Credo qui sia racchiusa una importante notizia per la nostra scienza: c’è un tipo di convivenza, una qualità d’incontro e relazione, un tu in me ed io in te che ha a che vedere col centro di questa intercettta e che guarisce e fa star bene, fa star bene stando insieme, fa essere davvero. Insomma credo che ci sono certi opposti che possono coesistere: si può essere non essendo, per amore, per far convergere, nel intercetta, i nostri piani.